Atri, dalle ferite alla rinascita: la lezione giapponese per rilanciare una comunità

Atri, dalle ferite alla rinascita: la lezione giapponese per rilanciare una comunità

di Roberto Prosperi

 

C’è un’arte giapponese che insegna qualcosa di profondo. Quando un oggetto prezioso si rompe, non lo si getta né si cercano di nasconderne le fratture. Al contrario: si riparano le crepe con polvere d’oro. È il Kintsugi — l’arte di rendere le cicatrici parte della bellezza, di trasformare le ferite in valore.

Ed è questa l’immagine che più somiglia alla Atri di oggi.

Siamo probabilmente nel punto più difficile della nostra storia dal dopoguerra. Un Comune che affronta un disavanzo di quasi 13 milioni di euro e un piano di riequilibrio finanziario impegnativo, che peserà per almeno un decennio. Una popolazione scesa sotto la soglia simbolica dei diecimila abitanti – mai accaduto prima – con un’emorragia demografica del 10% negli ultimi sedici anni.

Non si tratta di un fenomeno generale, come qualcuno vorrebbe far credere. Nelle province di Pescara e Teramo, tra i Comuni sopra gli 8.000 abitanti, solo Atri e Penne mostrano un saldo negativo. Il nostro centro storico, così come le frazioni, si svuotano e invecchiano, con il concreto rischio di perdere servizi essenziali: l’ospedale, le scuole, l’INPS, il commissariato.

Sul piano economico, la crisi ha travolto gran parte del tessuto produttivo senza che nessuno intervenisse per proteggere il lavoro o favorire una riconversione.

Sul piano istituzionale, abbiamo vissuto l’umiliazione di un’elezione dichiarata “né libera né segreta” e l’ennesima bocciatura da parte della Corte dei Conti, che segnala gravi irregolarità contabili.

Ma la frattura più profonda è invisibile: è morale, culturale.

Viviamo in una comunità sfiduciata, lacerata, sempre più intrappolata in una spirale di rancore e disillusione. La politica si è ridotta a scontro tra fazioni, come curve opposte in uno stadio vuoto. Vuoto di idee, vuoto di visione. E quando le parole si fanno invettive, denunce, magistratura, le crepe si allargano.

 

Una comunità davanti a un bivio: rassegnazione o rigenerazione

Eppure — come insegna il Kintsugi — proprio da queste crepe può nascere qualcosa di nuovo e più forte.

Infatti, possiamo scegliere il fatalismo e rassegnarci all’ineluttabile decadenza della comunità e continuare ad affrontare alla giornata e senza un’idea di prospettiva ciò che accade, o possiamo interpretare questa crisi come un’occasione per ripartire, per rammendare il tessuto civico con l’oro della buona politica, della partecipazione, dell’etica pubblica.

Un esempio concreto è la vicenda della nuova scuola media.

Grazie al PNRR, Atri ha ottenuto un finanziamento per la demolizione e ricostruzione della scuola “Mambelli”. Invece di ricostruirla nel sito originario, si è scelto però di realizzarla in pieno centro, sull’area verde accanto alla scuola elementare, tra la villa comunale e il corso.

Una scelta irreversibile, presa senza alcun percorso partecipativo, motivata solo da esigenze logistiche temporanee: difficoltà nel collocare le classi durante la demolizione e ricostruzione. Ma quell’area — oggi libera dopo l’abbattimento dell’ex INPS — rappresentava invece una delle ultime grandi occasioni di visione urbana: la realizzazione della terza piazza, la più grande, una piazza moderna, multifunzionale, il cuore vivo del centro storico, che avrebbe aperto lo sguardo dell’osservatore sulla magica e scenografica bellezza del Gran Sasso.

Una scelta lungimirante avrebbe potuto infatti prevedere di utilizzare le risorse del PNRR per la costruzione di un unico grande istituto comprensivo nelle aree di via Finocchi, arricchendo e ammodernando il vecchio polo scolastico, mentre l’attuale palazzo delle elementari, liberato dalle scolaresche, avrebbe potuto essere destinato agli uffici comunali e ad altri servizi pubblici.

In ciò, sarebbe stato anche possibile restituire il Palazzo Ducale, così svuotato, al ruolo di centro culturale, rappresentativo e anche generatore di risorse per le stanche casse comunali e nuove economie (eventi, turismo, cerimonie).

Invece, si è preferito il progetto più facile, senza visione: la soluzione del problemino dell’oggi (dove collocare le classi durante la demolizione), anziché l’opportunità per una complessa, ma possibile rigenerazione urbana attraverso i fondi PNRR per la scuola.

 

Un’opportunità mancata, una visione da ritrovare.

Questa vicenda allora, non è solo una questione di scelta logistica o edilizia: è il simbolo di come, anche nei momenti più difficili, una comunità può decidere se ricostruire con lungimiranza e impiegando una visione d’insieme o se accontentarsi dell’immediato, adottando lo sguardo miope della soluzione del piccolo problema del quotidiano.

 

Il patto civico per ricostruire: valori, partecipazione, comunità.

È chiaro dunque che il futuro di Atri può nascere solo da un grande patto civico, che rimetta al centro la trasparenza, la sostenibilità, la legalità, l’equità e la partecipazione. Abbiamo bisogno di voltare pagina non solo nei conti pubblici, ma nell’etica della gestione e nell’approccio alle politiche generali. Non basteranno i tecnicismi, né le appartenenze.

Servono idee, competenze, coraggio. E soprattutto occorre tornare a essere comunità. Ricomporre la comunità è la precondizione per costruire un futuro possibile.

È questo, allora, il tempo del Kintsugi. È l tempo in cui scegliere di non negare le fratture, ma di ricomporle con cura e visione. Un tempo in cui serve lucidità per riconoscere gli errori e coraggio per andare oltre.

 

Atri e Pineto: una casa comune per un futuro condiviso.

In questa prospettiva, l’unificazione amministrativa tra Atri e Pineto non è un dettaglio tecnico, ma una scelta di futuro. È l’oro con cui saldare le nostre crepe più profonde.

Significa abbattere un confine artificiale che oggi separa ciò che la storia, l’economia e la geografia hanno già unito: un’unica comunità, un’unica realtà territoriale, un unico destino.

Insieme, Atri e Pineto sono molto più della somma delle loro parti: rappresentano una città policentrica che è sostenuta da una rete di servizi di eccellenza e da un patrimonio straordinario fatto di cultura, natura, agricoltura, industria, turismo e qualità della vita.

Un comune – composto da tante distinte comunità più o meno popolose che apportano il valore della propria storia e identità – che può contare su una spiaggia tra le più belle d’Abruzzo e su un centro storico millenario, su un ospedale, scuole superiori, commissariato, INPS, aree protette, borghi vitali e risorse agricole di primo piano, ricche aree industriali, ottimi collegamenti, una cattedrale, un teatro, l’A di pallavolo e la serie C di calcio: una città ampia, diffusa, accessibile, moderna e radicata.

Per Atri, è l’occasione di mettere in sicurezza i servizi pubblici, dare una prospettiva ai propri giovani e invertire un declino.

Per Pineto, è la possibilità di diventare il centro istituzionale, economico e culturale di un’area vasta.

Per tutti, è la strada per costruire un modello di coesione, sostenibilità e sviluppo.

Non si tratta solo di condividere una burocrazia, ma di immaginare una casa comune, dove la collina e il mare, la memoria e l’innovazione, camminino fianco a fianco.

Così si ripara con l’oro.

Non per tornare com’eravamo, ma per diventare qualcosa di più forte, più vero, più bello, più prezioso.

Perché Atri ha bisogno di rinascere. E questa volta, non può farlo da sola.


Scopri di più da la Voce del Cerrano

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Marino Spada

Direttore Responsabile e Fondatore del Giornale " la Voce del Cerrano"

Rispondi

Scopri di più da la Voce del Cerrano

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere