La Messa Beat entrò nella Chiesa dopo il Concilio Vaticano II con alcune polemiche

Nel 1966 ci fu la prima esecuzione della cosiddetta «Messa beat»  che segnò un vero punto di svolta nella musica liturgica,  cioè la musica che si suona in Chiesa. All’epoca era da poco finito il Concilio Vaticano II° nel quale Papa Paolo VI e tutti i Cardinali avevano discusso gli argomenti riguardanti le aperture della chiesa verso nuove idee,  in un mondo che stava rapidamente progredendo e nel quale la messa tradizionale stava perdendo i seguaci più giovani . Tentare un rinnovamento musicale fu un atto giusto e comprensibile  che divise il popolo cattolico sull’introduzione della musica leggera durante la funzione perché, secondo alcuni, entrava in contrasto con una visione legata alla tradizione con la mesa in latino e un mondo in rapido rinnovamento nel quale la Messa per la prima volta veniva recitata in Italiano. Inoltre l’introduzione della musica “Leggera” cambiò d’improvviso il modo di suonare e cantare in tutte le parrocchie italiane.  Era  il  27 aprile del 1966 quando ebbe luogo è la prima esecuzione della cosiddetta «Messa beat». Un evento che segnò un vero punto di svolta nella musica liturgica. Oggi nelle parrocchie i canti con la chitarra e altra strumentazione sono un’abitudine, ma all’epoca erano una vera e propria rivoluzione. Questa prima «Messa beat», vide la luce  a Roma presso l‘oratorio di  San Filippo Neri , intorno alle 18.30, alla presenza,oltre che di tantissimi giovani, anche di sacerdoti ,musicisti e addirittura della Rai che trasmise l’evento  in diretta nazionale  Prima dell’esecuzione il parroco spiegò ai presenti  che il fine del concerto era quello di dare ai giovani l’opportunità  di pregare cantando con la propria musica. L’esecuzione fu affidata a tre complessi di “urlatori” italiani di quegli anni: i Barritas («Berretti», in dialetto sardo), i Bampers (ossia «Paraurti») e gli Angel e Brains («Angelo e cervelli»). Le musiche erano composte dal Maestro Giombini più noto come autore di colonne sonore di film western.  Gli effetti a catena della prima «Messa beat» non tardarono a manifestarsi. L’evento diventò innanzitutto un fenomeno discografico di successo: la “Messa beat» infatti venne incisa su 33 giri in vinile ed entrò nelle classifiche di vendita. Quando il compositore di queste canzoni, il  Maestro Giombini, venne invitato ad Assisi a comporre canti per il Natale, la musica beat entrò ufficialmente nelle chiese.  Nelle parrocchie italiane iniziò una rivoluzione pacifica destinata a segnare una svolta nella musica da chiesa: infatti nell’arco di pochi mesi divenne normale suonare con le chitarre e altra strumentazione pop tanto  le canzoni tradizionali più antiche quanto quelle appena composte.  Il 15 settembre del 1970, durante la «messa dei giovani» celebrata nella Basilica di San Paolo e alla quale assistevano ben mille persone, irruppe un gruppo di “tradizionalisti” per rovesciare i microfoni e strappare le chitarre dalle mani dei suonatori. Le cronache del tempo parlano di episodi simili in moltissime parrocchie italiane. Addirittura il Papa Paolo VI finì per essere il destinatario anche di una protesta sottoscritta da centomila persone che ritenevano che questa musica «sollecitasse gli istinti e i sensi essendo troppo lontana dalla spiritualità», e si chiedeva a Paolo VI di «astenersi dall’approvare le “messe dei giovani” La richiesta si concludeva con toni severi: «è una ben grave responsabilità che Vostra Santità porta di fronte alla Chiesa e di fronte alla storia». Il documento incoraggiava a «promuovere il canto con tutti i mezzi, anche usando le nuove forme musicali», ma sottolineava con fermezza come «non ogni genere di musica o canto o strumenti musicali, fosse da ritenere adatto ad aiutare la preghiera».

Quindi, per concludere, il tentativo di rinnovare la messa fu un successo, e questo genere di strumenti, ancora in uso durante le cerimonie in diverse chiese non fermò  l’impeto iniziale  anche se fu fortemente ridimensionato e andò via via scemando.

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