di Roberto Prosperiviolenza-sulle-donne-566614.660x368

La violenza di genere è un problema degli uomini che riguarda le donne. Meglio: un problema degli uomini subito dalle donne.

In quanto tale, è un problema che gli uomini stessi per primi devono affrontare, prendendo coscienza che molta parte del modo con cui il maschio si mette in relazione con l’altro sesso, è il retaggio di una cultura arcaica che arriva sino ai giorni nostri.

Lo stereotipo dell’uomo maltrattante che viene fuori dalle cronache, è quello di un mostro, di una persona senza scrupoli, senza sensibilità, senz’anima: un caso di malattia psichiatrica, ovvero una patologia, magari legata all’abuso di alcool o di droghe o a contesti sociali particolarmente degradati.

L’uomo maltrattante, nella maggior parte dei casi è in realtà un uomo nomale, ovvero normalmente inserito nel proprio contesto sociale, un uomo per cui tuttavia, culturalmente, la prevaricazione di genere è un fatto accettabile, normale appunto; un uomo per cui anche la violenza costituisce un utile modo di relazionarsi, un linguaggio, un prezioso strumento di gestione del rapporto con l’altro sesso.

In ciò non può esservi alcuna sorpresa, se è vero come è vero che viviamo in un paese, in una democrazia, in cui solamente nel 1975, con la riforma del diritto di famiglia, si è passati dalla famiglia patriarcale a quella paritaria; solamente nel 1981 è stata eliminata la causa d’onore quale attenuante dei delitti; solamente nel 1981 è stato abolito l’indegno istituto del matrimonio riparatore e  solamente nel 1996 la violenza sessuale è stata qualificata come un reato contro la persona e non più come un reato contro la moralità pubblica e il buon costume.

Questo vuol dire che abbiamo vissuto buona parte della nostra storia repubblicana nella vigenza di un ordinamento giuridico contenente una normativa non solo sessista, ma addirittura criminogena. Un ordinamento giuridico che anziché tutelare la vittima della violenza, ha garantito il carnefice. Un ordinamento che ha considerato più importante rimediare allo scandalo pubblico generato dalla violenza di genere, che tutelare la vittima e punire il colpevole.

Non possiamo dunque sorprenderci se nel 2018, in Italia, la parità di genere, la violenza di genere, siano ancora argomenti all’ordine del giorno.

Orbene aiutare le donne vittime di violenza, creare reti di ascolto, emergenza, aiuto e protezione, indignarsi dinanzi a episodi di violenza, significa agire nella giusta direzione, si tratta di fare bene, di fare tanto, ma non abbastanza, in quanto occorre intervenire sulla causa del problema e non solo sulle conseguenze. Ripeto e va ripetuto: la violenza di genere è un problema degli uomini e, in quanto tale, bisogna intervenire per cambiare in modo definitivo e tombale la cultura che genera questa violenza e che la giustifica. Per fare ciò occorre declinare al maschile il fenomeno.

Si tratta pertanto di porre al centro degli interventi gli uomini e di accompagnarli in un complesso, ma ineludibile percorso di trasformazione culturale che passa necessariamente attraverso il riconoscimento delle proprie condotte inadeguate e arcaiche, nonché la piena consapevolezza della natura intrinsecamente prevaricatrice di un certo modo di mettersi in relazione con l’altro sesso.

Riconoscimento e consapevolezza che non possono che  condurre a correggere i comportamenti: in famiglia, sul lavoro, nella quotidianità, sempre.

Si tratta, in definitiva, di introdurre un nuovo modello sociale maturo, adulto, fondato sulla individuazione di genere e, quindi, sulla libera comunicazione fra sessi, passando dalla cultura maschilista della prevaricazione, ad una basata sulla valorizzazione delle differenze, in un contesto di parità di opportunità e diritti.

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