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Avevo 15 anni e frequentavo  la  sede della Democrazia Cristiana, in  piazza Duomo, con il simbolo dello scudo crociato che si affacciava nella storica e bellissima centrale piazza del nostro paese. Come me, altri ragazzi andavano ad imbustare lettere e preparare manifesti, inviti ad incontri e conferenze tenute dal segretario della DC o da esponenti di rilievo regionale o nazionale. Succedeva a cavallo tra la fine degli anni 70 e inizio anni 80, succedeva ad Atri come in altre città e paesi della nostra Italia. Le sedi dei partiti dell’arco costituzionale, dalla DC al Pci, dal Psi al Psdi, passando per i Liberali di Zanone e i Repubblicani di Spadolini, e il MSI di Almirante, erano delle famiglie vere e proprie. Le nostre vite adolescenti si consumavano, con grande partecipazione e sentimento ideologico, toccando con mano la “politica vera”, quella degli scontri verbali e delle riunioni infinite. Il comizio in piazza era la parte finale di un  lavoro preparatorio infinito, il punto di arrivo di una grande attività organizzativa. La massiccia partecipazione del popolo che restava sino a tarda notte in piazza per ascoltare i comizi, era il segno evidente che la politica non era solo di chi la faceva, ma apparteneva a tutti. All’operaio che in fabbrica rivendicava un salario giusto, al ceto medio o borghese che auspicava una tassazione meno opprimente, alle donne e alle mamme che rivendicavano i diritti e una  maggiore dignità nel  lavoro e allo status femminile, ai giovani studenti e non che si appellavano per una sistemazione occupazionale. La politica era quella delle sezione dei partiti, i movimenti organizzati liberamente e che i padri costituenti avevano inserito nella Carta come primario diritto alla partecipazione alla vita democratica, dal piccolo comune alla grande città, arrivando sino al Parlamento. La nostra convinta attività , di qualsiasi colore politico fosse, ci faceva sentire appartenere a qualcosa, ad un’ideologia, ad un principio, ad una scelta. La fine dei partiti, avvenuta all’inizio degli anni 90, sembrò quasi una liberazione da quelle organizzazioni di massa che muovevano milioni di voti, che indirizzavano persone e scelte, politica ed economia. L’illusione di questa “liberazione dal vincolo di appartenenza” che segnava e contrassegnava ognuno di noi, con un marchio indelebile scritto nel nostro nome e cognome, nella nostra famiglia e nei nostri cammini personali e professionali, si rivelò presto una “solitudine di massa”. Lo storico David Riesman, sociologo statunitense è stato l’autore di “ La folla solitaria”, uno dei punti di riferimento degli studi sociologici contemporanei sulla società di massa.  Il quale senza mezzi termini dichiara: “che errore grossolano, che abbaglio  abbiamo preso, noi che in questi ultimi decenni abbiamo inneggiato alla modernità che ci avrebbe fatto più simili ai Paesi più avanzati. L’abbiamo chiamata liberazione, ed era solitudine di massa” La fine dei partiti, dei suoi leader e delle sezioni, e in generale i luoghi fisici in cui i cittadini si riunivano per discutere sono drasticamente diminuiti se non spariti del tutto. E non solo nella vita politica in quanto tale, ma anche nei corpi intermedi come i sindacati, le cooperative e altre forme di organizzazioni di massa. Ricordo a casa di un mio parente, di fede comunista, riunioni sino a tarda notte, bicchieri di rosso e fette di pane, sigarette e fumo che arrivava sino alla camera. Ma il fenomeno che inizialmente sembrava solo appartenere alla politica e alle corporazioni, nel tempo si è esteso anche alle altre forme di aggregazione sociale, come l’oratorio, una volta punto di riferimento della vita della Parrocchia. I campetti dove noi ragazzi giocavamo a pallone, rigorosamente dopo il catechismo e l’adempimento scolastico, il film da vedere insieme il sabato pomeriggio nello schermo della Parrocchia proiettato con una pellicola  8mm, a volte con l’audio di pessima qualità. Ma il piacere era stare insieme, chiacchierare e raccontarsi il proprio “io”, divenendo sempre di più il “noi”, per senso di appartenenza . Quella folla adesso è sola, e per dirla con Paolo Conte, noto cantautore :   neanche un prete per chiacchierare”

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