Aveva poco più di tre anni quando tirava i calci al pallone in via Trinità,  nell’antico quartiere di Capo d’Atri, davanti agli occhi del papà Stelio e della mamma Teresa, pronti a fare le valigie per la Capitale dove ad attenderli c’era un posto di lavoro per il capo famiglia e qualche speranza per il futuro dei figli. Erano gli anni in cui dai comuni abruzzesi e più segnatamente dal Sud, in molti emigravano , sia verso il triangolo industriale del Nord, Milano-Torino-Genova, che per la Capitale , quest’ultima con una vocazione da sempre riconosciutagli come città aperta.  L’occasione non poteva sfuggire alla famiglia Robusto, origine atriana doc, e il piccolo Luigi era pronto, tra le braccia della mamma,  a dare l’ultimo saluto a quelle mura, quei vicoli, quell’atmosfera  con le quali stava crescendo.  L’arrivo a Roma, nel 1957, gli studi e l’adolescenza, vissuta in forma quasi monastica, fuori dai giri dei coetanei e subito pronto alla “chiamata”  nella scuola militare “La Nunziatella” di Napoli, fucina dei più grandi e prestigiosi comandanti delle nostre forze armate oltre che di manager di successo nel mondo dell’impresa.  Il motto della rinomata scuola è : “preparo alla vita e poi alle armi”, ed esso  risuona ancora nella testa del Generale di Corpo D’Armata dei Carabinieri, Luigi Robusto, attualmente al vertice del Comando Interregionale “Culqualber” da cui dipendono i militari della Benemerita della Sicilia e della Calabria. Un territorio vasto e all’interno del quale l’Arma combatte la criminalità organizzata, grazie anche all’esperienza dell’alto ufficiale che oggi arriva ad Atri per ricevere la cittadinanza onoraria.

Generale Robusto, come ha preso l’idea dell’Amministrazione Comunale di Atri che ha deciso di conferirle la cittadinanza onoraria?

E’ qualcosa che mi ha onorato, sentirmi dire dal primo cittadino Piergiorgio Ferretti , di questa volontà da parte del Consiglio Comunale e della comunità alla quale sono rimasto sempre attaccato, nonostante la mia vita professionale mi abbia fatto girare l’Italia in lungo e in largo.

Le sarà capitato in cinquant’anni di carriera sentirsi chiedere di dove fosse. Immagino abbia risposto di origine abruzzese.

Niente affatto. Ho sempre risposto  , con un certo orgoglio, sono di Atri. E non le nascondo che il domandante non si meravigliava, anzi annuiva, affermando di conoscere questa bella realtà.

A quanto risale l’ultima volta che è stato ad Atri?

Non più tardi di quattro mesi fa, sono un frequentatore abituale della città, che trovo sempre bella, pulita e con i luoghi della mia infanzia ancora intatti, immacolati, come se il tempo si fosse fermato. Tutte le volte che sono in Molise, regione di origine della mia consorte, non posso fare a meno di correre verso Atri , è più forte di me.

Quindi  sta gettando le basi per la sua pensione nella città ducale?

A dire il vero la mia pensione, ormai prossima, me la godrò non molto lontano, a Campobasso, dove nel tempo, con mia moglie, abbiamo acquistato casa e creato una sorta di terza giovinezza per vivere nella giusta dimensione umana.  Non molto lontano, a Roma si trova mia figlia Maria Teresa, la quale ha una bellissima famiglia e non mancherà di venirci a trovare.

 Com’è stata la sua gioventù in divisa e quali sono i ricordi più vivi?

Tra tutte le cose che ho fatto e i periodi più duri, ricordo, da giovanissimo ufficiale, appena venticinquenne, a Genova, gli anni del terrorismo, delle Brigate Rosse, uomini ammazzati in divisa solo perché rappresentavano lo Stato, così come i magistrati o i giornalisti.

Chi è per lei il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa?

Un uomo splendido, un vero  comandante, un vero e proprio simbolo della legalità.  Ebbi la fortuna di incontrarlo quando ero in Liguria e lui, in Lombardia, si occupava del coordinamento per la lotta contro il terrorismo. Un incontro importante per me che ha segnato la mia vita di ufficiale e di uomo.  Momenti indimenticabili e che nulla e nessuno potrà cancellare. Del resto come diceva lui , noi Carabinieri, anche quando non indossiamo la divisa, “gli alamari li abbiamo cuciti sulla pelle”

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